Perdere tempo: fisica e metafisica della barca a vela

Un post con un titolo un po’ altisonante, lo ammetto. Ma oggi mi sento così… Ragionavo sulla bellezza e sull’importanza di “perdere tempo”, in barca a vela o no – di essere, ogni tanto almeno, completamente senza meta, senza direzione, senza uno scopo preciso in mente.

Mi ha ispirato un fisico, Carlo Rovelli, con un libro che entrerà di diritto nella nostra libreria del mare (Sette brevi lezioni di fisica, edito da Adelphi), e che comincia così:

“Da ragazzo, Albert Einstein ha trascorso un anno a bighellonare oziosamente. Se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso.”

In epoca di obiettivi, indicatori, misurazioni di efficacia e di efficienza, grafici e numeri – che sono stati il mio pane quotidiano per anni, e per diletto lo sono ancora – c’è da spendere una parola per l’importanza del vuoto e del non misurabile. Due dimensioni che in barca a vela per me hanno assunto un significato completamente diverso, molto positivo.

In barca a vela si viaggia per definizione senza meta, anche se una meta in mente ce l’abbiamo, in un tempo che si misura in maniera diversa e che si riempie di cose inattese.

E infatti la famosa domanda odiata dai comandanti – Quando arriviamo? – non è odiata perché sono burberi, ma perché non ci può essere risposta. Dipende dal vento, dal mare, dal fatto che nulla si rompa durante la navigazione, dipende se incontreremo o meno qualcuno da aiutare lungo la rotta, se arriverà un branco di delfini a farci compagnia e decideremo di seguirli per un po’, dipende se vedremo un’isola che ci piace e decideremo di fermarci in un posto diverso da quello programmato.

Una dimensione, quella del perdere tempo, a cui non siamo abituati, nella quale abbiamo la possibilità di osservare quello che ci circonda in uno stato della mente davvero libero. Si dice, chissà se è vero, che Albert Einstein pur non essendo dotato come marinaio amasse la barca a vela proprio perché lo metteva in questa dimensione di contemplazione e “vuoto mentale” che riteneva la più prolifica per il pensiero.

Qualcuno, basandosi sui racconti dell’amica che veleggiava con lui nel lago di Zurigo e che lo vedeva tirare fuori il blocco degli appunti ogni volta che il vento calava, dice anche che alcune delle intuizioni alla base della sua più famosa teoria gli siano venute proprio mentre si dilettava a perdere tempo in barca a vela. E fu lo stesso Einstein a scrivere in una lettera a un amico che “Una crociera in mare è un’eccellente opportunità per il massimo della calma e la possibilità di riflettere da una prospettiva diversa”.

Non è difficile immaginare che Einstein in barca osservasse soprattutto il manifestarsi delle regole fisiche che governano l’universo: la barca a vela è un’ottima palestra di fisica – principio di Archimede, fluidodinamica, effetto Venturi, forza di Coriolis, e l’elenco sarebbe ancora lungo. E anche se di fisica non ci capiamo niente, la metafisica, quella la possiamo teorizzare anche noi, veleggiando oziosi nel vento e sotto il sole, in un tempo che non si misura e che non sappiamo di cosa si riempirà.

Omero, ad esempio, che è ben più prosaico di me, racconta sempre che in barca a vela ha dovuto imparare ad annoiarsi. Nelle lunghe navigazioni in oceano, nella calma senza tempo della bonaccia, nel tempo rubato dalle burrasche rintanati nei porti bisogna imparare ad apprezzare il vuoto del tempo e a riempirlo leggendo, osservando il mare e le nuvole, guardando dentro se stessi.  Ma nessuno oggi ci insegna a perdere tempo o ad annoiarci…

Se volete imparare avete due scelte: venire con noi a perdere tempo in barca a vela e non fare assolutamente niente, magari durante una vacanza nel paradiso della Sardegna del nord, o comprare il libro di Carlo Rovelli.

“Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”

Sette brevi lezioni di fisica